C’era una volta la Frequenza di Rimbalzo

Come ogni favola che si rispetti, sia essa bella o brutta, l’inizio deve recitare un imperativo “c’era una volta”. Dico imperativo, perché, nascosto in questo richiamo temporale, c’è una verità inopinabile. Quanto si sta per raccontare è accaduto e mal che vada, qualcuno è sopravvissuto per raccontarlo.
Badate che non è cosa da poco. Intanto c’è qualcuno in grado di dire cosa è successo e se tale è il racconto, poi tanto male questa storia non sarà finita.

La storia, anzi, la favola che vi voglio raccontare oggi, non finisce. Diciamo che è un inizio che, come ormai mi piace fare da qualche tempo, costruisco sulle varie piattaforme sulle quali scrivo, costringendovi subdolamente a balzellare settimana su settimana, per poi trarre le conclusioni.
Un po’ come nei cross-over delle testate di fumetti.
Ecco, immaginate di dover comprare oggi Superman e domani Green Lantern, per avere la storia pronta.

Nel mio caso, ricordo, i canali sui quali seguirmi: Con AdWords in Testa e la Community degli inserzionisti Google.

Cerchiamo adesso di capire da dove arriviamo. In pratica, sappiamo che la Frequenza di Rimbalzo, è un misuratore di qualità, definibile, come spesso ci tengo a precisare, come un KPI. Probabilmente il KPI di partenza. La frequenza di rimbalzo, determina quindi il presunto interesse di un prospect sul sito web. Entra, fa quel che gli interessa fare e poi se ne esce.
In questa ottica, abbiamo visto come evolvere la Frequenza di Rimbalzo, attivando dei modificatori, come eventi su clic, oppure usando l’Adjusted Bounce Rate (Qui un link a un articolo scritto da Gloria Bassi su come settarla).
Se non volete leggere l’articolo di Gloria, la frequenza di rimbalzo aggiustata non fa altro che contare il tempo su sito e far scattare un “evento” nel momento in cui l’utente supera quell’asticella.
In pratica, attraverso questo espediente, siamo in grado di captare l’interesse del cliente, anche quando transita su una sola pagina. Potrebbe aver letto il contenuto di una sola pagina.… non per questo possiamo parlare di rimbalzo!

Ora, torniamo alla nostra favola. Meglio ancora al “C’era una volta”. Pensando al parametro qualitativo, abbiamo sempre verificato la frequenza di rimbalzo, decretando, benchmark e dati alla mano, che se questa è troppo sopra al 25%, allora il sito ha un problema.
Oggi, forse, sarebbe però il caso di parlare di un “potenziale problema”. Ma non necessariamente.
Chiariamo un punto. Se il bounce è basso, c’è poco da fare, funziona! Ma il problema è se questo è alto. E’ quindi possibile capire effettivamente quanto è tossico questo bounce a prescindere dalla sua “ampiezza”?

Si può fare! Come recita Gene Wilder nel suo ruolo di giovane Frankenstein!

Sul come, vi rimando a tutto quanto scriverò nelle settimane a seguire, ma ovviamente, per dare un senso a questo articolo, voglio porre un quesito che dovrebbe stimolare la vostra attenzione.
Tralasciando il mobile world, nel quale questa procedura che descriverò tra poco è ormai un dato di fatto, pensiamo al mondo offline.
Immaginiamo di passare velocemente da una strada perché abbiamo un obiettivo ben preciso.
Durante il nostro tragitto, qualcosa attira la nostra attenzione. Ci soffermiamo davanti a quella vetrina, stiamo pochi – ma davvero pochi – secondi e poi proseguiamo.
A quel punto svolto il compito che ci eravamo prefissati inizialmente, torniamo sui nostri passi e giunti alla vetrina, entriamo e compriamo.

Questo tipo di azione è tipicamente un comportamento delle campagne push. Sbaglio? In pratica l’utente guidato all’obiettivo primario da una campagna pull (il suo compito), viene intercettato da un fattore esterno (push, la vetrina).
Se dovessi analizzare questi dati, direi che la mia campagna push, ha toppato! Ha un bounce del 100%. Se dovessi [invece] correre ai ripari creando un tampone di remarketing, suggerirei alla campagna di mostrarsi a chi non ha rimbalzato o comunque sia di palesarsi più frequentemente su chi non rimbalzerà!
Ma non vi pare utopico? Per sua natura, tale campagna, vuole un bounce!

Allora che fare? E qui vi lascio… iniziamo a pensare al comportamento della nostra campagna push sulla sua coda lunga? Non è forse meglio analizzare gli utenti sulle sessioni che producono e non solo sulla prima visita?
Continuate a seguirmi… e ricordatevi di comprare il mio libro!

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Andrea Testa

Andrea Testa

CEO & Founder a Blubit srl
Lavoro nel web dal 1993, contribuendo a realizzare più di 1300 siti web. Insegno "internet" dal 1996 e mi occupo di keyword advertising praticamente da sempre, partendo dalle piattaforme di PPC prima con Ouverture e poi con AdWords. Individual Qualified partner di Google AdWords dal 2007, Certified Partner dal 2010, Top Contributor di AdWords dal 2010. Sono docente nei Master IULM in comunicazione e marketing dal 2011 e dal 2012 docente di Web Marketing e Search Engine Marketing nel Corso di Laurea Magistrale in Marketing, consumi e comunicazione, indirizzo Digital Marketing. Dal 2000 sono amministratore della Blubit srl, specializzata nella consulenza in SEM e SMM. Autore di Fare Business col Digital Marketing

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